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Ortensio Lando
Nato a Milano (o Piacenza) nel 1510-12 circa da Domenico Landi originario di Piacenza e Caterina Castelletta di Milano, deceduto forse a Napoli (o a Milano) nel 1559.
Le note biografiche sono abbastanza confuse, per lo più sono state ricostruite da alcuni accenni che si ritrovano nelle sue opere.
Secondo le sue dichiarazioni ha studiato la lingua latina a Milano, poi ha frequentato l’Università di Bologna.
Nel 1523 sembra essere diventato monaco agostiniano con il nome di Geremia. Dopo aver viaggiato in molte città italiane (Padova, Siena, Genova, Napoli, Bologna tra le altre) si reca in Francia a Lione, ritorna in Italia a Venezia. Qui lavora come poligrafo per editori a stampa veneziani, facendo traduzioni, compilando raccolte e annotando testi classici.
Diventa noto come traduttore di Cicerone ed è autore della prima traduzione italiana del testo di Tommaso Moro “Utopia – La Repubblica nuovamente ritrovata, del governo dell’isola Eutopia, nella quale si vede nuovi modi di governare stati, regger popoli, dar leggi ai senatori, con molta profondità di sapienza. Storia non meno utile che necessaria." Opera di Thomaso Moro cittadino di Londra'' (pubblicata nel 1548).
La frequentazione di personaggi ed ambienti vicini alla Riforma di Lutero e alle idee di Erasmo da Rotterdam lo costrinsero a vivere per un certo periodo come un transfuga, prendendo per un periodo il nome di Ortensio Appiano.
In seguito al dibattito su eloquenza e pietà cristiana sollevato da Erasmo con Ciceronianus (1528) scrisse “Cicero relegatus, Cicero revocatus, Dialoghi festivissimi” (forse scritto nel 1531, pubblicato nel 1534 a Lione, poi Lipsia e Venezia, in ottavo di 88 pagine).
Il libro è composto da due dialoghi.
Nel primo Cicerone viene accusato di colpe morali e stilistiche e viene mandato in esilio, inducendo a guardare con ironia le posizioni anticiceroniane di Erasmo.
Nel secondo dialogo descrive il rimpianto che ha lasciato Cicerone, ribalta il giudizio precedente, lo fa richiamare dall’esilio e il primo gennaio del 1534 rientra a Milano in trionfo.
Con il nome Philalethes Polytopiensis civis (ispirato all’Utopia di Tommaso Moro) scrisse le “Forcianae Questiones, in quibus varia Italorum ingenia explicantur, multaque alia scitu non indigna: Autore Philalete Polyptopiensi cive”.
Nella prima parte esalta la libera città-stato di Lucca, vista come connubio ideale di pietas religiosa, concordia civile e libertas politica, in contrapposizione alla “misera Italia”.
Nella seconda parte viene discussa l’eccellenza morale e spirituale della donna.
La conclusione si avvicina alla dottrina di Lutero, in particolare l’idea della salvezza che proviene dalla sola fede.
I suoi spostamenti sono continui, in Italia e in Europa: Lucca, Firenze, Bologna, Napoli e sembra anche in Turingia e a Strasburgo, a Basilea.
Nel 1540 pubblica a Basilea “In Desideri Erasmi rotherodami Funus, dialogus lepidissimus nunc primum in lucem editus”, come autore indica “Philalethes ex Utopia”.
L’opera è un dialogo su Erasmo, dopo la sua morte, tra due personaggi con punti di vista divergenti e quindi parti apologetiche e denigratorie che si alternano, con un effetto di straniamento sul lettore.
La Chiesa riformata di Basilea lo vide come un attacco diretto a Erasmo e nel 1541 un sostenitore di Erasmo, B. J. Eroldo tenne un’orazione all’Università contro Bassiano Lando (attribuzione dell’autore errata).
Nel tardo autunno 1543 si recò a Lione, dove, dietro incitamento del mecenate Collatino di Collalto, pubblicò il suo primo testo in italiano, i “Paradossi, cioè sententie fuori del comune parere, novellamente venute in luce, opera non men dotta, che piacevole, et in due parti separata”, la sua opera più nota e la più caratteristica.
Divisa in due libri, dei quali il primo contiene 14 componimenti, dedicati a Madruzzo, il secondo 16, dedicati a Caracciolo.
Avendo provocato con ''I Paradossi'' molte critiche contrarie scrisse “Confutatione del Libro de Paradossi et in tre oratione distinta”, libretto di 24 pagine pubblicato a Venezia nel 1545.
Nel 1548 esce, senza l’indicazione del luogo dell’edizione il “Commentario delle più notabili, et mostruose cose d’Italia, et altri luoghi, di lingua aramea in italiana tradotto, nel quale si impara et prendesi istremo piacere. Vi è poi aggiunto un breve catalogo delle cose, che si mangiano et si bevono, nuovamente ritrovato e da M. Anonymo di Utopia composto. 1548”.
Alla fine del catalogo è scritto “Sudnal, Suisnetroh, Rotua, Tse”, cioè “Est autor Hortensius Landus”. Alla fine del Commentario una lettera scritta da Nicolo Morra in cui scrive che era “nato dal constantissimo cervello di M.O.L. detto per la sua mansuetudine il tranquillo”. Dopo il catalogo c’è una “brieve apologia di M. Ortensio Lando, per l’autore del presente ‘Catalogo' ”.
In questo testo racconta un viaggio di un giovane arameo, cittadino dell’Isola degli Sperduti, guidato da un fiorentino proveniente dalla Terra di Utopia. È un catalogo etnico-socio-gastronomico molto eterogeneo, ponendo l’attenzione in particolare su tre categorie di soggetti: cibi, uomini e parole.
Sempre nel 1548 uscirono i ''Sermoni funebri de vari autori nella morte di diversi animali'', dedicati a J. J. Fugger, stampati senza il nome dell'autore.
Undici autori fittizi celebrano altrettanti animali.
In appendice “Apologia di M. Ortensio Lando ditto il Tranquillo”, spiega di volersi occupare di creature umili per svelare i segreti della natura.
Il più importante sermone, dedicato all'asino, si riconnette a ''La digressione sulla lode dell'asino'', con la quale si conclude il ''De incertitudine et vanitate scientiarum '' di Agrippa.
Nel 1548 pubblicò la raccolta di ''Lettere di molte valorose donne, nelle quali chiaramente appare esser né di eloquentia né di dottrina alli huomini inferiori'', da lui curata, di cui fu probabilmente in parte anche autore.
In questa opera si ritrovano il gusto per il catalogo e la tendenza al paradosso. Alla fine del libro, Aretino, Ludovico Dolce, Girolamo Parabosco e Francesco Sansovino aggiunsero sonetti in lode del Lando, diventato ormai uno degli autori in volgare più importanti nella cerchia di Giolito.
A Venezia, presso Gabriele Giolito De Ferrari e Fratelli, pubblicò nel 1552 "Varii Componimenti nuovamente venuti in luce".
L'opera è composta da diversi testi:
- Quesiti amorosi, con le risoposte
- Dialogo intitolato Ulisse
- Ragionamento occorso tra un Cavalliere, e un huomo soletario
- Alcune novelle
- Alcune favole
- Alcuni scroppoli, che sogliono occorrere nella cottidiana nostra lingua