
Capitolo V
Le carrozze
Notai che tutte le carrozze che andavano tenevano la destra e tutte quelle che venivano tenevano la sinistra. (20)
Questo modo così semplice per non essere schiacciati era stato appena immaginato, è proprio vero che le scoperte utili hanno bisogno di tempo. In questo modo si evitavano scontri spiacevoli. Tutte le uscite erano sicure e facili, anche nelle cerimonie pubbliche in cui ci fosse affluenza di folla. Tutti potevano seguire uno spettacolo che piaceva e che sarebbe stato ingiusto limitare. Ognuno tornava a casa in pace, senza essere ferito o ucciso. Non vedevo più quello spettacolo ridicolo e rivoltante di un migliaio di vetture incastrate tra di loro, ferme per tre ore, mentre l'uomo dorato, l'uomo imbecille che si faceva trasportare, dimenticando di avere delle gambe, gridava al conducente e si lamentava di non potersi muovere. (21)
Il popolo avanzato aveva creato una circolazione libera, facile ed ordinata. Ho incontrato un centinaio di carri carichi di cibo o di mobili ed una sola carrozza, e questa carrozza portava un uomo che mi sembrò malato. Che fine hanno fatto quelle vetture brillanti, elegantemente dorate, dipinte, verniciate, che ai miei tempi riempivano le vie di Parigi?
«Quindi qui non avete né curatori, né cortigiani, né damerini?» (22)
Queste tre specie miserabili insultavano il pubblico, sembravano giocare a piacimento tra di loro su chi sarebbe stato più bravo a spaventare l'onesto borghese che fuggiva a grandi passi, per la paura di morire sotto la ruota delle loro vetture. I nostri signori prendevano le strade di Parigi per la lizza dei Giochi Olimpici, e consideravano una loro gloria uccidere dei cavalli. Allora si salvi chi può.
«Non è più consentito, mi rispose, fare queste corse. Delle buone leggi suntuarie (NdT: dal latino sumptuarium, "relativo alle spese") hanno represso questo lusso barbaro, che ingrassava un popolo di lacchè e cavalli.» (23)
«Quelli favoriti dalla fortuna non conoscono più quell'indolenza colpevole che rendeva ribelle l'occhio del povero. I nostri signori oggi usano le gambe; hanno dei denari in più e la gotta in meno.
«Voi però vedete qualche carrozza; appartengono a vecchi magistrati o ad uomini che si sono distinti per i loro servizi e sono piegati sotto il peso dell'età. Solo a loro è consentito guidare lentamente su queste strade in cui il cittadino è sempre rispettato: se avessero la sfortuna di storpiare un uomo, scenderebbero immediatamente dalla loro carrozza per farlo salire e gli garantirebbero una vettura per tutta la vita, a loro spese.
«Questa disgrazia non succede mai. I ricchi titolati sono degli uomini stimabili, che non pensano di essere disonorati facendo cedere ai loro cavalli il passo al cittadino.
«Anche il Nostro Sovrano passeggia a piedi tra di noi. Talvolta onora le nostre case con la sua presenza e quasi sempre, quando è stanco di camminare, per riposarsi sceglie la bottega di un artigiano. Gli piace ristabilire l'uguaglianza naturale che dovrebbe regnare tra gli uomini: così non vede nei nostri occhi altro che amore e riconoscenza. Le nostre acclamazioni partono dal cuore, il suo cuore le sente e si compiace. E' come un secondo Enrico IV. Ha la sua grandezza d'animo, i suoi sentimenti, la sua augusta semplicità, ma è più fortunato.
«La strada pubblica sotto i suoi passi riceve come un'impronta sacra che tutti rispettano. Lì non si osa litigare, si arrossirebbe a fare il minimo disordine: “Se passasse il Re ...ˮ, si dice. Questa riflessione da sola, credo, fermerebbe una guerra civile.»
Come diventa potente l'esempio, quando viene dato dalla prima testa! Come colpisce! Come diventa una legge inviolabile! Come guida tutti gli uomini!