
CAPITOLO II
Ho Settecento Anni
Era mezzanotte quando il mio vecchio inglese se ne andò. Ero un po' stanco, chiusi la mia porta e mi misi a letto.
Dopo che il sonno si distese sulle mie palpebre, sognai che erano passati dei secoli da quando mi ero addormentato, e che mi svegliavo. (12)
Mi alzai e mi sentii con una pesantezza a cui non ero abituato. Le mie mani erano tremolanti, i miei piedi barcollanti. Guardandomi nel mio specchio, ebbi difficoltà a riconoscere il mio viso.
Mi ero coricato con i capelli biondi; una tinta chiara e dei ciuffi colorati.
Quando mi alzai, la mia fronte era piena di rughe, i miei capelli imbiancati, avevo due ossa sporgenti al di sotto degli occhi, un naso lungo, e un colore pallido e livido era diffuso su tutta la mia figura. Quando volli camminare, appoggiai il mio corpo in modo meccanico ad un bastone; ma almeno non avevo ereditato per niente il cattivo umore tipico dei vecchi.
Uscendo da casa mia vidi una piazza pubblica che mi era sconosciuta. Era stata appena eretta una colonna piramidale che attirava gli sguardi dei curiosi. Mi avvicinai e lessi molto bene: anno di grazia MMIVCXL (2440). Questi caratteri erano incisi sul marmo in lettere d'oro.
Dapprima immaginai che fosse un errore dei miei occhi o piuttosto un errore dell'artista. Mi preparavo a fare una rimostranza, quando la mia sorpresa aumentò dando uno sguardo a due o tre editti del Sovrano attaccati ai muri. Sono stato sempre un lettore curioso dei manifesti di Parigi. Vidi la stessa data MMIVCXL impressa fedelmente su tutti i fogli pubblici.
«Eh, cosa! - dissi dentro di me - sono diventato dunque così vecchio senza accorgermene? Cosa! Ho dormito seicentosettantadue anni!» (13)
Tutto era cambiato. Tutti questi quartieri che conoscevo bene, mi si presentavano sotto una forma diversa e abbellita di recente. Mi perdevo nelle grandi e belle strade allineate ordinatamente. Arrivai a degli incroci spaziosi in cui regnava un ordine tale che non avvertii il minimo imbarazzo. Non ascoltavo nessuna di quelle grida confusamente bizzarre che distruggevano il mio orecchio. (14)
Non incontrai nessuna carrozza pronta a schiacciarmi. Un gottoso avrebbe potuto passeggiare comodamente. La città aveva un'aria animata, ma senza disordine.
Ero così meravigliato che non vedevo i passanti che si fermavano, mi squadravano dai piedi alla testa con il più grande stupore. Alzavano le spalle e sorridevano, come sorridiamo noi stessi quando si incontra una maschera. In effetti il mio abbigliamento doveva sembrar loro originale e grottesco, tanto era diverso dal loro.
Un cittadino (in seguito compresi che era uno studioso) mi si avvicinò e mi disse educatamente, ma con una gravità ferma:
«Buon vecchio, a cosa serve questo travestimento? Il tuo progetto ci sta riproponendo le usanze ridicole di un secolo bizzarro? Non abbiamo alcuna voglia di imitarle. Abbandona questo scherzo inutile».
«Come? - gli risposi - non sono per niente travestito, porto gli stessi abiti che portavo ieri. Sono piuttosto le vostre colonne, i vostri manifesti che mentono. Voi sembrate riconoscere un altro Sovrano al posto di Luigi XV. Non so quale possa essere la vostra idea, ma credo sia dannosa, vi ho avvertito. Non si mettono in scena simili mascherate; non si è pazzi in questo modo. In ogni caso siete degli impostori assolutamente inutili, perché non potete ignorare che niente prevale contro l'evidenza della propria esistenza».
Sia che quest'uomo si fosse persuaso che ero stravagante, sia che pensasse che la notevole età che sembravo avere mi avesse fatto andare fuori di testa, sia che avesse qualche altro sospetto, mi domandò in che anno fossi nato.
«Nel 1740» gli risposi.
«Ebbene, secondo questo dato avete esattamente settecento anni. Non bisogna stupirsi di niente - disse alla folla che mi circondava - Enoch, Elia non sono morti, Matusalemme e pochi altri sono vissuti 900 anni, Nicolas Flamel percorre il mondo come l'Ebreo Errante, ed il Signore, forse, ha trovato l'elisir dell'immortalità o la pietra filosofale».
Mentre pronunciava queste parole sorrideva, e tutti si pressavano intorno a me con una compiacenza e un rispetto molto particolari. Avevano tutti una voglia bruciante di interrogarmi, ma la discrezione incatenava le loro lingue; si limitavano a dire a bassa voce: «Un uomo del secolo di Luigi XV! Oh, com'è strana questa cosa!»